Fernand Braudel Center, Binghamton University
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170, 1 oct 2005
Strategia di uscita
Il dibattito negli Stati Uniti si è spostato. Non è più
sul merito dell'invasione USA dell'Iraq. Adesso è su quando e in che modo gli
USA potranno ritirare le loro truppe dall'Iraq, quella che viene chiamata
"strategia di uscita". George Bush continua a fare discorsi di fronte
a uditori ultra-amichevoli dicendo che il ritiro ora incoraggerebbe i terroristi.
Ma penso che nella sua retorica si dovrebbe fare caso all'"ora". In
ogni caso, la retorica di Bush non viene accolta molto bene. Perfino fra i suoi
più ardenti sostenitori, molti stanno dicendo che questa retorica è vuota, e
non vengono offerti elementi concreti di progresso politico o militare per la
posizione USA in Iraq. Anzi, la situazione sembra ogni giorno peggiore, perfino
con l'arresto nella sciita Bassora, da parte di agenti del governo iracheno
appoggiato dagli USA, di soldati britannici, che devono essere liberati con la
forza.
Bisogna fare attenzione quando la voce quintessenziale
dell'Establishment negli Stati Uniti sulla politica estera, la rivista Foreign
Affairs, ospita un articolo in cui l'autore sostiene che "la dottrina
Bush è crollata" e che di conseguenza il governo non ha altra scelta che
"abbracciare il realismo" e adottare una "svolta
pragmatica". E malgrado ripetute dichiarazioni di varie persone che le
truppe USA potrebbero restare fino al 2009 o più a lungo, il Maggiore Generale
Douglas Lute, che è direttore di operazioni del Comando Centrale USA (che
sovrintende all'occupazione dell'Iraq) ha affermato adesso pubblicamente che
gli Stati Uniti ritireranno "nei prossimi 12 mesi numeri significativi di
truppe dall'Iraq malgrado la violenza persistente."
Penso che il più forte segno di cambiamento nello stato
d'animo degli USA sia che uno dei candidati alla nomination presidenziale del
2008 per il partito repubblicano, il senatore del Nebraska Chuck Hagel, dice
che gli USA si stanno "impantanando sempre di più in Iraq", che il
presidente dovrebbe incontrarsi con Cindy Sheehan, e che la Casa Bianca è
"senza contatto con la realtà e sta perdendo la guerra". Non importa
se Hagel ha ragione. La cosa importante è che si sta candidando per la nomination
repubblicana, e deve pensare che ci sono votanti repubblicani che
risponderanno alla validità della sua analisi. In effetti Hagel si sta
spostando più rapidamente dei politici democratici di punta, eccetto il
senatore del Wisconsin Russell Feingold, anche lui un candidato alla nomination
presidenziale, che ha chiesto ufficialmente un ritiro dall'Iraq entro la fine
del 2006.
Più a sinistra, ci sono numerosi gruppi che ora chiedono
il ritiro immediato. La loro marcia su Washington è stato un chiaro successo,
con 100.000-200.000 partecipanti – non ancora al livello dei numeri contro la
guerra del Vietnam, ma del resto in questa guerra non ci sono soldati di leva
provenienti dalle classi medie. La maggior parte dei soldati sono bianchi
poveri oppure vengono dalle classi inferiori delle minoranze. Gli ultimi
sondaggi mostrano una triplice divisione nell'opinione pubblica americana: un
terzo per il ritiro totale e immediato; un terzo vuole ridurre il numero dei
soldati, ma non è ancora pronto per il ritiro totale; e un terzo vuole
"tenere duro", come si esprime il presidente Bush, ovvero restare in
Iraq "finché il lavoro è compiuto", come la mette il vicepresidente
Cheney. Questo sembra significare un tempo assai lungo. Chi è politicamente più
al centro vuole il ritiro entro una data prefissata. L'Observer di
Londra ha scritto recentemente che il governo britannico sta progettando di
ritirare la prossima primavera sostanziose quantità di truppe. Questo è stato
immediatamente negato da Tony Blair, ma l'Observer non ha la fama di
inventare storie.
Chi è nel campo di Cheney in effetti è inamovibile e
continuerà semplicemente a promuovere le sue opinioni. È la discussione fra quelli che chiedono la
riduzione delle truppe e/o il ritiro entro una data prefissata e quelli che
chiedono un ritiro totale che è più interessante. Nelle ultime settimane,
praticamente tutti i maggiori quotidiani degli Stati Uniti hanno pubblicato
editoriali il cui tenore è: gli USA probabilmente hanno commesso un errore
invadendo l'Iraq. Ma adesso hanno delle "responsabilità" e non
possono ritirarsi precipitosamente, poiché da ciò risulterebbe una guerra
civile. I cosiddetti "moderati" (che chiedono il ritiro entro una
data prefissata) sostengono che, anche se l'invasione iniziale era ingiustificata,
la responsabilità americana nei confronti degli iracheni è aiutare il governo
sostenuto dagli USA a mantenere l'ordine interno, finché non dimostri di
poterlo fare da sé. Questo gruppo brandisce la minaccia del crollo totale
dell'ordine nazionale in Iraq, della guerra civile, e di possibile altre
invasioni straniere (da parte dell'Iran, della Turchia, e dell'Arabia Saudita).
La risposta da parte di chi è a favore del ritiro
immediato è estremamente semplice. Sostengono che l'ordine è già crollato in
Iraq, che la persistente presenza degli USA è una delle cause principali di
questo crollo, che ogni giorno in più passato lì peggiora la situazione
piuttosto che migliorarla. e infine sostengono che una data futura prefissata
non è una soluzione magica, dato che la probabilità che la situazione quel
giorno sarà sostanzialmente diversa da oggi è minima.
Il regime di Bush non solo ha perso la guerra sul terreno
in Iraq. Sta perdendo sempre di più l'appoggio del pubblico americano, in un
modo che Bush potrebbe trovare irreparabile.
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