Fernand Braudel Center, Binghamton University
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178, 1 febbraio 2006
Due urrà per Evo?
L'elezione di Evo Morales a presidente della Bolivia ha acceso un ampio dibattito su quanto a sinistra si stia spostando l'America latina. O piuttosto, un ampio dibattito su cosa significhi essere di sinistra in America latina (o in qualsiasi luogo). Mi sembra ci siano stati quattro modi diversi di valutare la vittoria elettorale di Morales, che riflettono quattro diverse sociologie politiche.
C'è un grosso gruppo di intellettuali latinoamericani di sinistra, e di loro simpatizzanti altrove nel mondo, che ha salutato entusiasticamente l'elezione di Morales. Loro analizzano così la situazione. Morales è un Aymara, il primo indigeno ad essere eletto presidente della Bolivia, la cui popolazione è per oltre il 60 % indigena. Questo è un trionfo politico e sociale, anzi una rivoluzione sociale, e in ogni caso giustizia sociale. Morales stesso ha sottolineato questo elemento, celebrando una tradizionale cerimonia inca subito prima del suo formale insediamento come presidente. Inoltre, le popolazioni indigene della Bolivia hanno chiaramente accolto con gioia la sua elezione.
Ma Morales ha fatto la sua campagna elettorale anche su temi economici. Si è opposto al programma appoggiato dagli USA di eradicazione della produzione di coca. È stato contrario alla privatizzazione dell'acqua, e ha chiesto la nazionalizzazione dei depositi di gas naturale tramite la rinegoziazione dei contratti con aziende straniere per lo sfruttamento di questa risorsa. Si tratta di problemi che sono stati scottanti in Bolivia durante l'ultimo decennio. Nel suo nuovo governo, ha incaricato di questi problemi persone identificate con la lotta popolare.
Infine, c'è l'impegno geopolitico. Morales ha attaccato l'imperialismo degli USA. Le sue prime visite internazionali dopo la sua elezione sono state a Cuba e in Venezuela, i cui leader lo hanno calorosamente abbracciato. Poi è andato in Spagna, Francia, Cina, Sudafrica e Brasile, dove è stato ricevuto anche qui con grande entusiasmo.
Tuttavia, c'è un altro più piccolo gruppo di intellettuali e attivisti latinoamericani che sono nettamente freddi verso Morales. Lo vedono come uno che personalmente non ha guidato nessuna delle lotte popolari degli ultimi cinque anni (eccetto quella dei coltivatori di coca), ma che vi ha prudentemente aderito solo dopo che altri avevano combattuto e vinto. Lo vedono come uno che in realtà non nazionalizzerà le risorse della Bolivia ma si accontenterà semplicemente di canoni di affitto più alti. E lo vedono come un altro Lula, cioè come uno che non soddisferà le aspettative popolari sui problemi sociali.
Poi c'è la destra USA che è essenzialmente d'accordo con le analisi del primo gruppo. Vede Morales come un pericoloso lacchè di Chávez che susciterà sentimenti antiamericani in America latina, e ostacolerà gli investimenti stranieri. Il governo degli USA nelle precedenti elezioni minacciò di tagliare ogni aiuto alla Bolivia se Morales fosse stato eletto. Quando stavolta ha ottenuto uno sbalorditivo 54 % del voto al primo turno gli USA sono rimasti ufficialmente più tranquilli, ma niente affatto contenti.
E poi ci sono alcuni intellettuali latinoamericani non di sinistra che sono essenzialmente d'accordo con il secondo gruppo, ma naturalmente non dallo stesso punto di vista. È sorprendente che sia il peruviano Mario Vargas Llosa sia il messicano Jorge Castañeda dopo le elezioni abbiano scritto editoriali che concordavano con il secondo gruppo: Morales potrebbe rivelarsi più simile a Lula che a Chávez, e dunque il governo USA dovrebbe attenuare la propria ostilità e corteggiarlo. Il Financial Times ha adottato la stessa linea.
L'elezione di Morales deve essere posta nel contesto complessivo delle elezioni in tutta l'America latina negli ultimi anni: non solo Lula in Brasile e Chávez in Venezuela, ma Tabaré in Uruguay, Kirchner in Argentina, perfino Bachelet in Cile, così come la probabile elezione quest'anno di López Obrador in Messico e forse addirittura di Ortega in Nicaragua. Queste sono tutte elezioni dei cui risultati il governo americano non è stato contento. In ciascun caso, Washington avrebbe preferito un oppositore più conservatore. Certamente, nessuno degli eletti è un Che Guevara. Ma la somma di tutti quanti ha nettamente spostato l'America latina a sinistra, se non all'estrema sinistra.
Spostarsi al centro-sinistra ma non all'estrema sinistra è davvero un successo per la sinistra? Dipende dallo slancio che questa tendenza acquisterà. E questo dipende in parte da quel che accade ben al di là dell'America latina – in Medio Oriente, in Europa, negli stessi Stati Uniti. Evo Morales è partito splendidamente con un discorso assai diretto e militante in occasione del suo insediamento. Pere chi sta a sinistra in America latina e altrove, la vittoria di Morales è un momento che vale due urrà, aspettando di vedere se sarà in grado di realizzare il programma che ha presentato, nel qual caso gli urrà diventeranno tre.
Immanuel Wallerstein
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