Fernand Braudel Center, Binghamton University

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Commentary No. 189, 15 luglio 2006

“La Corea del Nord chi è che ha provocato?”

Il 6 luglio 2006 la Corea del Nord ha lanciato sei missili a corta gittata e uno a lunga gittata, che non ha funzionato. Per tutto il mondo, tonanti critici hanno detto che questa era una “provocazione”. Da allora, la Corea del Nord ha dimostrato una calma straordinaria, mentre tutti gli altri si sono abbandonati a una frenetica azione verbale.

Prima di tutto ci sono gli Stati Uniti, la cui reazione è stata descritta dal New York Times come “Il cambiamento di Bush: essere pazienti con i nemici.” Il vice presidente Cheney ha minimizzato la minaccia nordcoreana, dicendo che la tecnologia usata era “rudimentale”. Il presidente Bush ha detto che gli USA stavano usando la diplomazia. “Sapete, il problema con la diplomazia, è che ci vuole un po’ per avere qualche risultato.”

La diplomazia è stata condotta in larga misura da Christopher Hill, il vice segretario USA per gli affari di Asia e Pacifico, e si è fondata su contatti con quattro nazioni nei cosiddetti “colloqui a sei” – Cina, Russia, Corea del Sud e Giappone. Hill ha cercato di far premere in vari modi tali paesi sulla Corea del Nord affinché questa cessasse i test missilistici e tornasse a partecipare ai colloqui a sei, e di far loro appoggiare una forte risoluzione nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, se la Corea del Nord non dovesse cedere. Il 12 luglio, Hill ha detto che era “scoraggiato” dalla mancanza di risposte dalla Corea del Nord. Non ha aggiunto che probabilmente era scoraggiato anche dalle posizioni di Cina, Corea del Sud e Russia.

L’unico paese che è sembrato realmente agitato dai test missilistici della Corea del Nord è stato il Giappone. Qui Shinzo Abe, che nel del partito di governo sta lottando per diventare il prossimo primo ministro, e che manifesta un’immagine di un duro nazionalista giapponese, ha detto che il Giappone dovrebbe considerare se un attacco “preventivo” contro la Corea del Nord sia o meno compatibile con la costituzione giapponese. Il Giappone ha chiesto formalmente al Consiglio di sicurezza di imporre sanzioni.

Naturalmente la Corea del Nord ha denunciato Abe e il Giappone, ma con nemmeno metà della forza e della pubblicità usata dai portavoce dei governi cinese e sudcoreano. La Corea del Sud ha raccomandato alla Corea del Nord di fare “valutazioni sagge” per evitare il disastro, che è un linguaggio piuttosto blando. Però ha accusato Tokyo di “arroganza e retorica vergognosa che intensifica ulteriormente la crisi nella penisola coreana,” che è un linguaggio meno blando. Né i cinesi sono stati più gentili con Abe e il Giappone. Abe, hanno detto, stava ”versando benzina sul fuoco.” E hanno aggiunto: “questa pratica è estremamente irresponsabile e incomprensibile e non farà che intralciare seriamente gli sforzi diplomatici internazionali e accelerare le tensioni nell’Asia nordorientale.” La Russia sembra condividere questa opinione.

Così la conseguenza numero uno del test missilistico nordcoreano è stato un inasprimento pubblico dei contrasti politici di Cina e Corea del Sud con il Giappone, contrasti che sono andati crescendo negli ultimi anni. Per gli Stati Uniti questo significa che devono barcamenarsi fra quelli che sono stati i suoi due maggiori alleati in Asia orientale – Giappone e Corea del Sud. Quanto a una risoluzione ONU, è estremamente improbabile che sarà adottato qualcosa che si avvicini alla versione giapponese.

Sul fronte interno, George Bush si sta mettendo nei guai con i suoi stessi sostenitori. Nell’ultimo numero del Weekly Standard, la rivista di punta dei neoconservatori, il direttore William Kristol è stato caustico su Bush. Lo ha citato quando ha detto che i nordcoreani avevano “una scelta da fare” – altrimenti... Kristol dice che in realtà Kim Jong-Il ha già fatto la sua scelta, ma “quale prezzo pagherà?” In effetti, dice Kristol, nessuno. “Quello che una settimana fa per il presidente Bush era ´inaccettabile` (un lancio missilistico nordcoreano) è stato accettato.”

Kristol conclude il suo editoriale con il massimo insulto che ha nel suo repertorio. Chiama l’attuale politica estera di Bush “clintoniana”. Come infiorettatura finale, Kristol dice: “La vera scelta non è quella di Kim Jong-Il. È quella del presidente Bush.” Il New York Times ha un giudizio diverso su quello che Bush ha fatto: “Bush sta scoprendo i limiti della propria dottrina della prevenzione – e le frustrazioni della sua alternativa.”

Nel frattempo, con pochissima attenzione pubblica, l’India il 9 luglio, solo tre giorni dopo i lanci della Corea del Nord, ha compiuto il proprio test missilistico a lunga gittata. Per la prima volta ora l’India ha un missile che può arrivare in Cina. Questo test missilistico non è stato denunciato da nessuno come una provocazione. I giornalisti ne hanno parlato come di “un passo strategico per tenere sotto controllo la Cina.”

Così abbiamo una situazione geopolitica in cui alcuni paesi vengono denunciati per il lancio di test missilistici e altri che non vengono denunciati (non solo l’India naturalmente ma, per esempio, gli Stati Uniti). Però quelli che vengono denunciati per aver lanciato test missilistici percepiscono le denunce come vuote, dal momento che perfino gli Stati Uniti sembrano esitare a minacciare la guerra con un paese che ha armi nucleari anche solo “rudimentali”. E in tutto silenzio il governo israeliano è andato attenuando le sue precedenti pressioni sugli Stati Uniti affinché facessero “qualcosa” riguardo all’Iran.

Le realtà dei limiti geopolitici all’ostentazione militare sono dolorose da imparare e ancor più dure da accettare. Se la politica, come dicono, è l’arte del possibile, cosa è possibile oggi?

Immanuel Wallerstein

Traduttore: Luca Tombolesi

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