Fernand Braudel Center, Binghamton University
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195, 15
ottobre 2006
Che
differenza farà un Congresso democratico?
Adesso sembra del tutto probabile, a meno di un miracolo per i repubblicani, che i democratici otterranno la maggioranza in almeno una delle camere del Congresso, e probabilmente in entrambe, nelle elezioni del 7 novembre. Che differenza farà? Dovrei dire che personalmente voterò per le liste democratiche. Ma come per tanti, il mio sarà in primo luogo un voto negativo contro George W. Bush e secondariamente contro la maggioranza repubblicana in entrambe le camere. Lo farò per molte ragioni, ma prima di tutto perché penso che l’invasione dell’Iraq sia stata immorale, controproducente e in generale un fiasco – per gli Stati Uniti, per l’Iraq, e per il mondo intero. Per me c’è molto altro di cui lamentarsi riguardo all’attuale regime – i suoi attacchi alle libertà fondamentali del popolo americano, le sue politiche economiche e sociali regressive, e la sua politica estera incapace e incauta in generale. Ma l’Iraq come ragione è la prima di tutte. Così voterò per protesta, e cercherò di non far andare le cose ancora peggio.
Ma
cosa farà di meglio un Congresso democratico? Questo, come tutti hanno
osservato, non è affatto chiaro. Anzi, c’è da dubitare che i democratici
collettivamente abbiano da offrire una politica estera davvero migliore. Il problema principale della leadership
del partito democratico è che crede, almeno quanto i repubblicani, che gli
Stati Uniti siano il centro del mondo, la fonte di saggezza, il grande
difensore della libertà mondiale – in breve, una nazione profondamente virtuosa
in un mondo pericoloso.
Peggio ancora, sembra credere che,
semplicemente eliminando l’elemento di unilateralismo esagerato praticato
dall’attuale regime, sarà in grado di restituire agli Stati Uniti una posizione
di centralità nel sistema-mondo, e di riottenere l’appoggio degli alleati e
sostenitori di un tempo, prima di tutto in Europa occidentale e poi ovunque
altrove nel mondo. Sembrano credere davvero che sia una questione di forma, non
di sostanza, e che il difetto del regime di Bush sia di non essere stato
abbastanza bravo nella diplomazia.
È vero che non tutti i democratici la
vedono così, come del resto neanche tutti i repubblicani e gli indipendenti. Ma
in questo momento chi è davvero pronto a guardare realmente agli errori delle
politiche USA è una minoranza – per di più, una minoranza essa stessa senza un
chiaro programma e certamente senza un forte leader politico che esprima una
visione alternativa.
E così, che succederà? È probabile, ma non certo, che gli Stati Uniti saranno costretti a ritirarsi dall’Iraq prima delle elezioni presidenziali nel 2008. Inoltre è quasi certo che i repubblicani daranno ai democratici la colpa di aver “perso” la guerra, e i democratici diranno che non è così. Ma al di là dei soliti sproloqui politici, il ritiro arriverà come un profondo shock per il popolo americano, anche se una maggioranza non vedrà alternativa.
Tale ritiro andrà calato nel contesto
delle guerre che gli Stati Uniti hanno combattuto dopo il 1945. La guerra di
Corea e la prima guerra del Golfo finirono alla linea di partenza. In
realtà nessuna delle due parti vinse. Per gli Stati Uniti la guerra più importante – in termini di impatto
geopolitico, costo economico, e coinvolgimento emotivo del popolo americano –
fu il Vietnam. E questa guerra, gli Stati Uniti la persero. Il risultato è stato una profonda
divisione nel popolo americano – su “chi” perse la guerra, e se la guerra,
avessero prevalso altre politiche, si sarebbe potuta “vincere”.
La cosiddetta sindrome del Vietnam non è
mai guarita. Con gli attacchi dell’11 settembre 2001 vi fu un risveglio
patriottico nel popolo americano, e il paese sembrò temporaneamente
riunificato. Ma George Bush ha sperperato tutto questo, e nessun presidente
democratico può riportarlo in vita. Prevedo che il ritiro dall’Iraq sarà
ancora più traumatico della fuga da
A
quel punto in realtà ci saranno solo due possibilità. Una è che si verifichi una sorta di profondo esame
di coscienza che porti gli Stati Uniti a rivalutare l’immagine che hanno di sé,
il loro senso di cosa è possibile nel sistema-mondo ora e in futuro, e in che
sorta di valori credono davvero. Se ciò accadrà, forse delle forze nel partito
democratico si faranno avanti per incarnare questa rivalutazione. O forse
l’intera cornice politica degli Stati Uniti e dei suoi partiti cambierà per
riflettere tale rivalutazione.
Ma naturalmente c’è una seconda possibilità:
che la nazione sia sopraffatta da una profonda rabbia per la “perdita” della
sua supremazia, cerchi dei capri espiatori (e li trovi), e alla fine si muova
nella direzione di sventrare la Costituzione degli USA e le libertà che presume di difendere. Qualcosa
del genere accadde nella Germania di Weimar. Anche se la situazione sotto molti aspetti è diversa, e non sto prevedendo
in alcun senso l’emergere di un partito nazista, comunque per gli Stati Uniti e
per il mondo sarà un grave disastro se gli USA si sposteranno in misura
significativa in questa direzione.
È
quello che gli Stati Uniti pensano di sé e fanno di sé che conta, non solo per
gli Stati Uniti ma anche per il resto
Immanuel Wallerstein
Traduttore: Luca Tombolesi
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