Fernand Braudel Center, Binghamton University
http://fbc.binghamton.edu/commentr.htm
205, 15 marzo 2007
È ormai circa
cinquant’anni che gli scienziati ci avvertono dei pericoli delle trasformazioni
del clima terrestre causate dall’uomo. Ma negli ultimi due o tre anni ci sono
stati due importanti cambiamenti della situazione. Primo, c’è stata una serie
di autorevolissimi rapporti di diversi gruppi scientifici, i quali non
affermano semplicemente che questi pericoli sono reali ma che si stanno
verificando a un ritmo assai più veloce di quanto gli scienziati credessero
anche solo cinque anni fa. Come ha detto di recente il cancelliere tedesco
Angela Merkel, “Non mancano cinque minuti a mezzanotte, mezzanotte è passata da
cinque minuti.”
Il secondo
cambiamento è la misura in cui questi mutamenti sono diventati visibili per la
gente comune. C’è stato lo tsunami nell’oceano Indiano. C’è stato l’aumento
della frequenza e della ferocia degli uragani nei Caraibi, culminati nel
notevole disastro di Katrina. La stampa diffonde le foto dello scioglimento
delle aree ghiacciate nell’Artico. E quest’anno a Londra i meteorologi che da
più di trecento anni misurano le temperature hanno annunciato che questo è
stato l’inverno più caldo da quando sono cominciati i rilevamenti. La
controparte del caldo in Europa sono stati i tornado e gli altri disastri
causati altrove dal vento.
E allora, perché
si fa così poco? Chiaramente non è per mancanza di una consapevolezza del
problema, per quanto alcuni cerchino di negarne l’esistenza. Eppure il livello
di prontezza all’azione dei leader politici del mondo, e anzi il livello della
pressione pubblica perché facciano qualcosa, è notevolmente basso. Quando c’è
uno scollamento così chiaro fra conoscenza e azione, devono esserci ostacoli in
campo sociopolitico che lo spiegano. In effetti esistono tre ostacoli piuttosto
potenti all’azione: gli interessi di produttori/imprenditori, gli interessi
delle nazioni meno ricche, e gli atteggiamenti miei e vostri. Ognuno di questi
è un ostacolo potente.
I produttori/imprenditori
si preoccupano prima di tutto della redditività della loro attività. Se gli si
chiede di internalizzare costi che attualmente non devono pagare (il
miglioramento o il disinquinamento dei processi inquinanti), questo influenza
seriamente i loro profitti in due modi. Primo, li costringe ad aumentare i
prezzi, e potrebbero scoprire che questo elimina alcuni clienti. E se
internalizzano i costi ma i loro concorrenti non lo fanno, possono perdere
fatturato a loro vantaggio.
Per questo, come
regola generale, è improbabile che le azioni volontarie funzionino, dato che di
rado sono unanimi. In tal caso il produttore/imprenditore virtuoso perderà a
vantaggio di suoi concorrenti. La soluzione è l’internalizzazione obbligatoria
dei costi imposta dallo stato. Questo, anche se risolve il problema del
concorrente nazionale, lascia ancora aperto lo svantaggio nei confronti
di concorrenti internazionali, come pure il fatto che, oltre un certo
prezzo, c’è una diminuzione di clienti.
Il secondo
problema è precisamente quello della concorrenza internazionale. I paesi più
poveri cercano di migliorare la loro capacità di competere sul mercato
mondiale. Uno dei modi in cui lo fanno è producendo determinati prodotti a un
livello di costo inferiore, e quindi articoli che possono essere
commercializzati a un livello di prezzo inferiore. Se vengono ordinati (diciamo
attraverso un trattato internazionale) determinati cambiamenti nel processo di
produzione (diciamo la riduzione dell’uso del carbone per ottenere energia) questo
richiede una costosa ristrutturazione delle industrie di tali paesi, oltre alla
potenziale perdita del loro vantaggio comparativo quanto a prezzi. Questo è
attualmente l’argomento di paesi vastissimi come Cina e India, ma anche di
paesi dell’Europa centro/orientale come Polonia e repubblica ceca.
Naturalmente c’è
una parziale soluzione a questo problema. Si tratta di un massiccio
finanziamento dei costi di ristrutturazione delle industrie di questi paesi ad
opera dei paesi attualmente ricchi (Stati Uniti, Europa occidentale). Ma tali
trasferimenti di ricchezza – perché di questo si tratta – sono sempre stati
impopolari, e hanno scarso appoggio politico in questi paesi più ricchi. E in
ogni caso non influenzano la potenziale perdita di vantaggio nei prezzi, così
importante per quei paesi meno ricchi.
Voi ed io
costituiamo il cuore del terzo ostacolo. Si chiama consumismo. Alla gente è
sempre piaciuto consumare. Ma negli ultimi cinquant’anni il numero di persone
che poteva consumare oltre un certo livello minimo per la sopravvivenza è
aumentato notevolmente. Se si chiede agli individui di consumare meno
elettricità o meno energia, o di consumare meno prodotti che richiedono tali
input, si sta chiedendo a individui che attualmente sono consumatori di cambiare
il proprio stile di vita, spesso in modo significativo. E quanto a chi
attualmente non è abbastanza ricco per dedicarsi a consumi del genere, gli si
sta chiedendo di rinunciare alle potenti aspirazioni di avere accesso al
consumo che gli è stato storicamente negato.
Anche questo si
può risolvere. La gente può rieducarsi a vicenda. All’interno del proprio
sistema di valori può portare in primo piano cose diverse da maggiori consumi. Noi
tutti possiamo accettare la necessità di ottenere livelli di vita più paritari
in tutto il globo, anche se per alcuni questo può significare diminuire i
propri vantaggi.
Cinquant’anni fa
gli scienziati hanno presentato per la prima volta la prova che consumare il
tabacco e i suoi derivati causava un accresciuto tasso di cancerosità. Fare
qualcosa al riguardo incontrava i medesimi ostacoli che oggi presenta fare
qualcosa quanto ai rischi climatici. Dopo cinquant’anni in tutto il mondo il
livello di consumo del tabacco è considerevolmente diminuito, in parte perché
le società che lo producono sono state costrette mediante azioni giudiziarie a
rimborsare i costi sociali delle loro azioni precedenti, in parte perché gli
individui hanno rieducato se stessi, e in parte grazie a restrizioni imposte
dallo stato sui locali in cui è permesso fumare. Così qualcosa si può fare, è
chiaro.
Ma abbiamo
cinquant’anni?
Immanuel
Wallerstein
Traduttore: Luca Tombolesi
[Copyright di
Immanuel Wallerstein, distribuito da Agence Global. Per diritti e permessi, compresi
traduzioni e pubblicazione su siti non-commerciali, e contatti: rights@agenceglobal.com, 1.336.686.9002 or
1.336.286.6606.
Il permesso
viene concesso per scaricare, inviare elettricamente, o spedire a mezzo e-mail
ad altri, purché il saggio resti intatto e la nota sul copyright venga
mostrata. Per contattare l'autore, scrivere a: immanuel.wallerstein@yale.edu.
Questi commenti,
pubblicati due volte al mese, vogliono essere riflessioni sulla scena mondiale
contemporanea, vista dal punto di vista non dei titoli immediati ma del lungo
termine.]
_____
Email this Commentary to a colleague
______________________________________________
Go to List of Commentaries