Fernand Braudel Center, Binghamton University
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216, 1 settembre 2007
L’analogia con il Vietnam
George W. Bush sta mostrando allo
stesso tempo disperazione e perfidia invocando l’analogia con il Vietnam per
giustificare il persistere della presenza americana in Iraq. Per moltissimo
tempo l’amministrazione Bush ha negato questa analogia. Lo faceva per ovvie
ragioni. Per la maggior parte della gente quel che si ricorda del Vietnam è che
gli Stati Uniti furono sconfitti, e questa sconfitta causò un indebolimento
della potenza americana nel mondo.
Tuttavia negli Stati Uniti c’è un
significativo gruppo di persone che credono che gli USA avrebbero potuto
vincere quella guerra se ai politici non fossero saltati i nervi. L’uditorio
che George W. Bush ha usato per il suo discorso del 22 agosto in cui ha
sostenuto questo argomento era la convenzione annuale dei Veterans of Foreign
Wars [veterani delle guerre all’estero]. Si può dire con certezza che questo
particolare uditorio era composto in larga parte di gente che condivide
l’opinione che il Vietnam fu una guerra che si sarebbe potuta vincere, e che
quindi l’Iraq è una guerra che si può vincere. Vale la pena di esaminare la
validità degli argomenti di Bush, e poi le ragioni per le quali adesso, e solo
adesso, ha invocato l’analogia del Vietnam.
L’argomento è strano. Bush non ha
fornito alcun elemento sulla situazione militare in Vietnam e sul perché, se
gli Stati Uniti avessero insistito, la guerra si sarebbe potuta vincere. Invece
si è concentrato interamente sulle pretese conseguenze del ritiro. Ha sostenuto
la sua argomentazione usando tre slogan: boat people, campi di rieducazione, e
campi della morte. I boat people si riferiscono al fatto che molti vietnamiti
che in guerra erano stati sostenitori degli Stati Uniti cercarono di fuggire
dal paese in barca e molti di loro morirono nel Mar Cinese Meridionale. I campi
di rieducazione fanno riferimento al fatto che il governo del Vietnam, dopo la
fine della guerra, mandò molti che si erano opposti alla sua presa del potere
in cosiddetti campi di rieducazione. E i campi della morte fanno riferimento al
fatto che – in Cambogia, non in Vietnam – il governo dei Khmer Rossi che andò
al potere massacrò un grandissimo numero di persone in “campi della morte”. Ciascuna
di queste conseguenze sarebbe il risultato del ritiro USA, e ciascuna si
sarebbe potuta evitare se gli Stati Uniti non si fossero ritirati. Esaminiamole
una per una.
Che molti sostenitori degli Stati
Uniti dopo il ritiro avrebbero voluto fuggire dal Vietnam era naturalmente sia
prevedibile che inevitabile. In una guerra chi perde normalmente cerca di
fuggire dal gruppo contro il quale ha combattuto. Ma le morti di questi boat
people non furono responsabilità del governo vietnamita. Furono responsabilità
degli Stati Uniti e dei loro alleati, che rifiutarono di aprire generosamente i
loro confini a queste persone. Basta solo paragonare il destino di questi boat
people a quello di quegli altri boat people che hanno lasciato Cuba negli anni.
Questi ultimi, a differenza dei primi, sono stati accolti a braccia aperte
negli Stati Uniti.
I campi di rieducazione erano
aspri. Molte persone ci morirono, e ancora di più soffrirono gravemente. Il
numero dei morti fu comunque molto inferiore al numero di vietnamiti che
morirono come risultato della guerra, e probabilmente meno di quelli che
sarebbero potuti morire se la guerra fosse continuata molto più a lungo. In
ogni caso qual’è la prova che, se gli Stati Uniti fossero rimasti in guerra più
a lungo di quanto fecero, avrebbero potuto effettivamente sconfiggere i
Vietcong? E quale sarebbe stata la probabilità che gli oppositori dei Vietcong,
se avessero vinto, non avrebbero istituito i propri campi di rieducazione?
Infine, i campi della morte. Questo
è l’argomento più bizzarro di tutti. I Khmer Rossi non sarebbero mai potuti
nascere senza la guerra del Vietnam. Furono gli Stati Uniti che deposero il re
Sihanouk, che era stato la barriera più forte contro i Khmer Rossi. Al posto di
Sihanouk, che criticava il coinvolgimento USA in Vietnam, gli Stati Uniti
organizzarono il suo rovesciamento ad opera di Lon Nol, un generale senza
appoggio popolare, dopodiché il governo di Lon Nol fu a sua volta facilmente
abbattuto dai Khmer Rossi.
Le cose più importanti che Bush
ha lasciato fuori dalla sua analisi sono quelle che non sono avvenute. All’epoca
l’argomento principale a favore del coinvolgimento degli Stati Uniti in Vietnam
era stata la tesi del domino – che se il Vietnam cadeva in mano ai comunisti,
il resto dell’Asia lo avrebbe seguito. Non solo ciò non accadde, ma accaddero
cose del tutto diverse. Oggi Vietnam e Stati Uniti hanno ottimi rapporti, e il
Vietnam ha un’economia fiorente e in crescita. Potrà non essere “democratico”
per gli standard USA, ma è una nazione “amica”, non una ostile.
Così, dato tutto ciò, perché
adesso Bush per la prima volta invoca l’analogia del Vietnam, che prima aveva
costantemente evitato? Ho detto che è stata in parte disperazione, in parte
perfidia. La disperazione ha a che fare con l’enorme pressione popolare per un
ritiro prima possibile dall’Iraq. Bush ha già creato un rinvio di ogni
decisione dicendo che il gen. Petraeus avrebbe riferito a lui e al Congresso il
15 settembre su quanto avesse avuto successo l’“aumento” delle truppe. Ha detto
che avrebbe preso le sue decisioni sull’Iraq sulla base del rapporto del
generale. Tuttavia ora emerge che il rapporto che il gen. Petraeus consegnerà
al Congresso sarà scritto nell’ufficio di Bush. Così Bush sta prendendo una
decisione sull’Iraq in base a un rapporto che scrive a se stesso.
Bush ha anche invitato dei
“turisti politici” in Iraq per una visita guidata di come stanno andando bene
le forze armate americane nella provincia di Anbar, dove hanno raggiunto un
accordo con un gruppo di insorgenti sunniti affinché combattano contro un altro
gruppo. Questo ha impressionato alcuni politici democratici, che ora ci vanno
piano a negare il “successo”. Gli uomini di Bush ammettono che la situazione
politica complessiva è terribile. Al primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki,
gli accordi che gli USA hanno concluso nella provincia di Anbar non piacciono
affatto, né apprezza le pressioni affinché agisca contro le molteplici milizie
settarie. Visitando la Siria, ha detto chiaramente che l’Iraq ha altre opzioni
politiche oltre agli Stati Uniti. Immediatamente si sono diffuse voci che gli
USA potrebbero incoraggiare un colpo di stato militare. Ora, questa è
un’analogia con il Vietnam. L’intervento americano cominciò ad andare davvero
male una volta che gli Stati Uniti ebbero organizzato un colpo di stato contro
il primo ministro del Vietnam del Sud, Ngo Dinh Diem. Così, la disperazione è
nel fatto che gli argomenti per restare in Iraq non possono resistere alla luce
del giorno. Un recente sondaggio della rivista Foreign Policy fra
cosiddetti esperti di politica estera mostra che l’80% attribuisce alla guerra
in Iraq un “impatto molto negativo” sugli obiettivi di sicurezza nazionale
americani. Se questo dato viene scorporato secondo le definizioni che danno di
sé gli intervistati, ben il 60% di quelli che si autodefiniscono “conservatori”
danno la stessa risposta.
Ma allora, perché perfidia?
George W. Bush sta preparando il futuro. Il presidente che si ritirò dal
Vietnam fu un repubblicano, Gerald Ford, e lo fece dopo un lungo
ridimensionamento delle truppe USA ad opera di un altro presidente
repubblicano, Richard Nixon. Bush non ritirerà le truppe. Ma è ben sicuro che
il prossimo presidente sarà costretto a farlo. Ed è ben sicuro che il prossimo
presidente sarà un democratico. Così sta ponendo le basi per l’accusa di
“pugnalata alla schiena”. Nel prossimo decennio sentiremo parlare molto di
questa accusa.
Immanuel Wallerstein
Traduttore: Luca Tombolesi
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